SPADAEgildo Spada

Egildo Spada nasce a Poggiodomo (Perugia) nel 1953. Compiuti gli studi classici si laurea in Storia e Filosofia a Roma. Vive e lavora tra Umbria e Lazio, si dedica alla ricerca ed è anche uno storico del territorio umbro pubblicando diversi saggi sulla storia e le tradizioni locali tra i quali: La transumanza. Transumanza e allevamento stanziale nell’Umbria sud occidentale (Cedrav, Cerreto di Spoleto, 2002) e La transumanza nella provincia di Perugia (Edizioni della Provincia di Perugia, Perugia, 2005). Ha curato inoltre la pubblicazione di guide sul territorio, di quaderni didattici e del Saggio di vocabolario dialettale di Monteleone di Spoleto e Poggiodomo (Millefiorini, Norcia, 1999). Ma la sua vocazione resta da sempre la poesia; esordisce nel 1981 con Sillabario (Rebellato, Venezia). Cesellatore instancabile della parola pubblica per la Collana “Il Caradrio”, Il Ritorno (Guerra, Perugia, 2005), In Folio (Guerra, Perugia, 2008), raccolte dove il verso esprime la capacità di tradurre i concetti in poesia narrativa

MANTOSaadat Hasan Manto

Acclamata quanto controversa figura di intellettuale, Saadat Hasan Manto (11 maggio 1912 – 18 gennaio 1955) è noto principalmente per i suoi racconti in urdu, come Khol Do (Apri!), Thanda Gosht (Carne fredda) e il suo capolavoro Toba Tek Singh. Sceneggiatore radiofonico e cinematografico per Bollywood e giornalista, nella sua breve vita pubblicò ventidue raccolte di racconti, un romanzo, cinque raccolte di sceneggiati per la radio, tre raccolte di saggi e due raccolte di personal sketches.Nato a Sambriala nel Punjab da una famiglia musulmana, nella sua formazione letteraria giocò un ruolo di primo piano l’incontro, avvenuto nel 1932 ad Amritsar, con lo scrittore e giornalista progressista Abdul Bari Alig che gli fece scoprire autori del calibro di Victor Hugo, Oscar Wilde, Anton Cechov, Alexandr Pushkin, Guy de Maupassant. E proprio con la traduzione de L’ultimo giorno di un condannato a morte di Victor Hugo iniziò la sua carriera artistica. Ben presto, però, la sua natura irrequieta e fortemente indipendente lo portò a liberarsi dalle pastoie della mediazione letteraria per intraprendere la via della narrativa. E la forma di scrittura che immediatamente gli si rivelò più congeniale fu il racconto.Dopo il 1936, trasferitosi a Bombay, divenne redattore di una rivista mensile di cinema e sceneggiatore di film. Gli anni in quella città gli consentirono di frequentare e osservare una variegata “fauna” umana, ben descritta nei racconti dell’epoca, racconti che gli avrebbero dato fama e notorietà. Nel 1941 si trasferì a Delhi per lavorare alla All India Radio. Sempre in quegli anni pubblicò diverse raccolte di racconti. Tornato a Bombay nel 1942, riprese il suo lavoro di sceneggiatore e vi rimase fino al 1948 quando, in seguito alla Partizione, si trasferì nel neonato Pakistan.Di fatto, fu proprio la Partizione, la divisione nel 1947 tra India e Pakistan, a rappresentare il punto di svolta nella sua vita e nella sua produzione letteraria. Le violenze da essa innescate rappresentarono infatti per Manto una sorta di epifania della natura umana, con i suoi lati oscuri, facile preda dei fanatismi religiosi e nazionalistici. Ma la sua “denuncia” oggettiva e super partes delle crudeltà commesse da indù, sikh e musulmani lo resero un personaggio scomodo per i detentori del potere, al punto di essere processato per i contenuti delle sue opere, giudicate oscene. A Lahore cercò di lavorare come giornalista, ma incontrò grandi difficoltà a farsi pubblicare gli articoli ed ebbe molte traversie finanziarie che accentuarono la sua dipendenza dall’alcol. Proprio in quegli anni scrisse i suoi capolavori, tra cui Mozail e Toba Tek Singh, ma gli eccessi alcolici dovuti a una sorta di impulso autodistruttivo lo portarono ad ammalarsi di cirrosi epatica, da cui fu stroncato il 18 gennaio 1955.Riscoperto dal pubblico anglosassone e da quello francese, che lo hanno apprezzato e amato, negli ultimi decenni la sua figura e la sua opera hanno conosciuto una progressiva rivalutazione anche in Pakistan, che nel 2005 gli ha dedicato un francobollo.

CHESTEGilbert Keith Chesterton

Nato a Londra nel 1874, G. K. Chesterton lasciò l’università senza laurearsi. Nel 1900 gli fu chiesto di scrivere alcuni pezzi per una rivista d’arte. Fu l’inizio di una carriera letteraria fra le più prolifiche dell’era moderna: scrisse un centinaio di libri (oltre a contribuirne ad almeno 200), centinaia di poesie, cinque pièce teatrali, cinque romanzi e oltre 200 racconti, fra i quali quelli con Padre Brown, il popolarissimo prete detective. Fu giornalista formidabile, scrivendo articoli di fortissimo impatto, e si trovò a suo agio nell’affrontare la critica letteraria e sociale, la storia, la politica, l’economia, la filosofia, la teologia. Il suo stile è inconfondibile caratterizzato da umiltà, coerenza, paradosso, arguzia e stupore. Chesterton, scrive T. S. Eliot, “merita la nostra imperitura lealtà”. Morì nel 1936.

KEATEJonathan Keates

Nato a Parigi nel 1946, ha studiato a Bryanston e al Magdalen College di Oxford. Autore di numerose acclamate biografie, tra cui quelle di Haendel, Purcell e Stendhal, nonché di libri di viaggio sull’Italia, nel 1983 ha ricevuto il James Tait Black Memorial Prize e l’Hawthornden Prize per Allegro Postillions, raccolta di racconti ambientati nell’Italia risorgimentale. Del 1987 è il suo primo romanzo The Stranger’s Gallery, anch’esso dedicato al processo di unificazione dell’Italia. Entrambi i volumi sono stati favorevolmente paragonati al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.

 

CARLETTIMaurizio Carletti

Classe 1958, ha pubblicato Racconti_Scamuffi (2004), Un_uomo_mite (2006), Cavalcavia_Interrotti (2008) e L'’outsourcing_e_la_fine_del_mondo (2011). È l’ispiratore della mostra fotografica I Luoghi di Maurizio - trasposizione in fotografie di luoghi immaginari con opere di Rosanna Piazza e Adriano Scopelliti. È stato tra gli animatori del Premio Letterario "Racconto Bonsai".

 

 

DAMIANIClaudio Damiani

Claudio Daminai è nato nel 1957 a San Giovanni Rotondo. Vive a Rignano Flaminio, nei pressi di Roma. Ha pubblicato vari libri di poesia (l’ultimo è il Fico sulla fortezza, 2012). È stato tra i fondatori della rivista Braci. Di prossima uscita il volume di saggi La difficile facilità. Appunti per un laboratorio di poesia. Ecco il Monte Soratte, nei pressi del quale il poeta si è da qualche anno trasferito, “miniera di natura e storia, montagna sacra tempestata d’eremi e chiese, e prima templi pagani, e prima ancora altri templi (dio Sole, dio Lupo), area sacra tra genti diverse, ponte tra culture antichissime. Montagna magica anche se, Goethe nel Faust vi ambienta la notte di Valpurga classica, cioè il grande sabba di tutte le streghe d’Europa. E poi, andando indietro fino al Giurassico, la storia geologica che l’ha visto parte del calcare apuano, isola circondata dal mare, e solo recentemente (600.000 anni fa…una bezzecola) coinvolto nel vulcanismo sabatino (quello che originò i laghi laziali), che fece sì che il Tevere, che prima gli scorreva a nord, sopra la testa, gli passasse poi a sud, sotto i piedi. (O anche, a vederlo come un dinosauro accucciato con la testa e Sant’Oreste e la coda alla Quadrara delle aquile, il Tevere prima non lo vedeva che ce l’aveva dietro, e ora ce l’ha davanti proprio sotto i suoi occhi, e tutti i giorni lo guarda)” (dalla premessa di Claudio Damiani)

carboVincenzo Carbone

Vincenzo Carbone, classe 1982, nasce a Roma dall’incontro tra i geni paterni dell’entroterra calabrese e quelli materni del centro della Capitale. Sono i primi anni del 1980: l’Italia vincerà i mondiali entro pochi mesi, nasce il primo bambino in provetta, viene messo in vendita il mitico Commodore 64 e prodotto il primo CD, esce “Thriller” di Michael Jackson. 
La gente si veste con vistose spalline e si cotona i capelli. Lui ha sempre il broncio e non vuole mai rimanere da solo. Cresce guardandosi intorno come un adulto. Testimoni dell’epoca sono pronti a giurare che non abbia mai creduto in Babbo Natale obiettando, a 6 anni: “Se esistesse perché ci sarebbe la sofferenza e la povertà? Tutti chiederebbero soldi”. Il suo protocinismo infantile diviene presto un’insana passione per la letteratura esistenzialista e autori controversi come Bukowski, Miller, Fante, Welsh, Hemingway, Montale e qualunque cosa non racconti di amore e avventure usando metafore come “i suoi capelli d’oro e la bocca rossa come una fragola” o “l’amore bello che bruciava il cuore”. Oggi si aggira per Roma alla ricerca di storie da raccontare. A voce o per mezzo della scrittura, unica attività che non lo annoia mai, insieme alla lettura. Per sopravvivere si occupa di comunicazione per il web e social networking. Scrive racconti. Da grande vuole fare quello che vince dei soldi in qualche modo e poi fa l’artista. Vive a Roma dove lavora come consulente di Comunicazione per il Web. Laureato alla SAPIENZA in Editoria Multimediale e Giornalismo è appassionato di nuove tecnologie e social network.
Su Twitter @vins82

 

Ornella Spagnulo

Ornella Spagnulo (1982) è nata a Taranto, è vissuta a Firenze e Madrid e attualmente risiede a Roma. E’ poetessa e saggista. Frequenta il terzo anno del dottorato di ricerca in Italianistic dell’Università di Tor Vergata. Autrice della raccolta di versi L’avvio e la perdizione (2015), ha ricevuto la segnalazione del blog di poesia della Rai. Nello stesso anno è uscito il suo prosimetro Sottili, continue, nascoste, invisibili, Riscrittua delle Città invisibili di Italo Calvino, all’interno del catalogo degli Atti del convegno dei dottorandi La Città. Ha scritto inoltre l’unica monografia pubblicata finora in Italia sulla narratrice sudamericana più conosciuta a livello internazionale: Il reale meraviglioso di Isabel Allende (2009)

Elisabetta Pasca

Elisabetta Pasca è nata a Cocumola – il borgo salentino omaggiato dal poeta Vittorio Bodini in una sua celebre lirica – il 06 agosto 1984, dal 2003 vive a Roma, dove ha frequentato l'università L.U.M.S.A., specializzandosi in Storia del Teatro e Comunicazione e Produzione Culturale. Oggi lavora come redattrice presso il web magazine “Uomini & Donne della Comunicazione”, per il quale realizza articoli, interviste e reportage. Collabora, fin dai tempi della loro fondazione, con la rivista letteraria “Colla – Una rivista letteraria in crisi” (www.collacolla.org) e con il Live Club romano “L'Asino che Vola” (www.lasinochevola.com). Ha pubblicato, all'interno della raccolta “Saperi di confine”, edita da Bulzoni Editore nel 2010, un saggio dal titolo “Andrea Camilleri e il teatro”, corredato da un'intervista all'Autore. Nel 2009 ha inaugurato il suo blog “Sangue dell'Oca” (https://artemisiagiuge6884.wordpress.com/),“un'officina letteraria in forma di blog”, e segue sempre con attenzione e passione tutti i fenomeni legati all'evoluzione dei linguaggi e della comunicazione. Le piacciono parole come “enjambement” e oggetti come i cucchiai a gambo lungo e gli anelli da mignolo: la aiutano a ricordare che in effetti Frank Capra non aveva tutti i torti, it’s a wonderful life.

CASEMERoger Casement

Nato a Sandycove, in Irlanda, nel 1864, iniziò a lavorare nell'amministrazione coloniale britannica nel 1892, dopo nove anni trascorsi in Africa. Incaricato nel 1900 di fondare il primo consolato britannico nello Stato Indipendente del Congo, nel 1903 partì per un viaggio di ispezione nell’entroterra, restando sconvolto dalle atrocità compiute dai belgi contro gli indigeni. Abbracciata la causa del patriottismo irlandese, allo scoppio della Prima guerra mondiale Casement tentò di creare una brigata di combattenti irlandesi che appoggiasse i tedeschi in cambio del riconoscimento dell'indipendenza dell'Irlanda, ma il progetto fallì e nel 1916 fu arrestato, incriminato per alto tradimento e giustiziato il 3 agosto dello stesso anno.

BUIAElena Buia Rutt

Elena Buia Rutt è nata nel 1971 e vive a Roma. Laureata in Lettere e poi in Filosofia, ha collaborato ai programmi culturali di Radio 3 e attualmente lavora a Rai Educational come autrice televisiva. Collabora a diverse riviste e quotidiani nazionali e ha pubblicato vari saggi di critica letteraria.

 

LYALya De Barberiis

Nata a Lecce, Lya De Barberiis (1919 – 2013) ha dedicato tutta la sua vita alla musica. Primo concerto a nove anni; diploma col massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio di Napoli a 15 anni sotto la guida di Alessandro Longo; diplomi di perfezionamento all’Accademia di Santa Cecilia con i maestri Casella e Bonucci col massimo dei voti. Esecutrice di un immenso repertorio (solistico, cameristico e sinfonico), ha suonato in tutto il mondo anche con illustri colleghi e sotto la direzione di grandi direttori d’orchestra fra i quali Casella, Pizzetti, Ziino, Abbado, Mahler, Aronowitsch, Maazel, Bertini, Martinon, Celibidache ecc. Per la sua attività concertistica è stata insignita del titolo di Commendatore della Repubblica Italiana e per la sua dedizione all’insegnamento (titolare di cattedra all’Accademia di Santa Cecilia) le è stata assegnata la Medaglia d’Oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i benemeriti della Scuola, della Cultura e dell’Arte. Dedicataria di musiche scritte per lei da parte di molti illustri compositori, ha inciso le integrali pianistiche di Alfredo Casella, di Luigi Dallapiccola, di Goffredo Petrassi e le Sonate di Cherubini su fortepiano dell’epoca. Artista insigne e valentissima insegnante si è imposta all’attenzione del mondo musicale per il rigore e la solidità della preparazione nonché per l’efficacia dell’azione didattica. Come concertista ha conseguito fama internazionale dando lustro alla più tradizionale espressione dell’arte musicale italiana conseguendo riconoscimenti unanimi e affermazioni di assoluto rilievo.
“Lya era questa grande persona – scrive Gianni Letta nella prefazione al libro – per questo è stata umilissima e immensa interprete. Non osò mai correggere una nota, introdurre qualsivoglia variante. Per sommo rispetto, anche di se stessa. La musica nella forma di spartiti, di cui amava persino la grafia, era una cosa che le era capitata come un tesoro ricevuto. Lo porgeva al pubblico immedesimandosi profondamente con l’autore, cantando nel suo intimo la melodia, mentre con le dita sui tasti e con il piede sul pedale obbediva al dio dei musicisti, che è Dio e basta”.

CAPOCCEGiuseppe Capoccetti

Giuseppe Capoccetti (1893-1978) viene spedito al fronte a soli tre giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. Nel nordest impara a fare la guerra di trincea –“guerra di trincea, vita da talpe, giorno e notte in pericolo, il disagio del freddo, della pioggia, della sporcizia”- e riceve nel 1916 la medaglia di bronzo al Valor Militare. In seguito alla disfatta di Caporetto viene fatto prigioniero e trasferito nel campo di concentramento di Meschede, in Germania, raggiunto dopo un’interminabile marcia. “Si camminava sempre – ricorda Capoccetti, - e ormai nemmeno ai lati delle strade c’era più l’erba per noi perché l’avevano mangiata”. Liberato alla fine del 1918 torna a casa e misura l’entità delle proprie disavventure con quelle subite dalla famiglia che aveva perso beni e agiatezza: “Casa,una volta tanto allegra, sembrava deserta e squallida…tutto sembrava distrutto….nulla più esisteva”. Così la vittoria era veramente mutilata , perché erano morte le giovani generazioni e con esse i sogni, le speranze, i progetti. Il racconto di Capoccetti pubblicato per la prima volta nel centesimo anniversario dell’inizio della Grande Guerra, si inserisce di diritto tra i numerosi memoriali di quel periodo. “Lo stile crudo, scarno, a volte impacciato…-scrivono i curatori Spada e Chiaverini nella prefazione – restituisce ancora di più la verità ai fatti. Non c’è evocazione di miti e ideali, non c’è retorica, il Piave non mormora, c’è invece il dolore e l’orrore filtrato in un diario scritto a distanza di molti anni dai fatti narrati”. Capoccetti avrà la forza di costruirsi una nuova vita con una numerosa famiglia e anche il modo di rimanere coerente al vecchio ideale socialista impegnandosi nel sindacato.

dnAlessandro De Nobili

Alessandro De Nobili nasce a Cerreto di Spoleto, un piccolo comune dell’Umbria, l’8 dicembre 1899 da Prefazio e Scolastica Argentieri. Da questa unione nascono anche altre due figlie: Carola e Bianca. Nel 1906 l’infanzia dei tre ragazzi è turbata dalla morte del padre, una perdita significativa che segnerà profondamente il rapporto tra Alessandro e la madre.

La famiglia Argentieri non lascerà da sola Scolastica e i suoi tre figli. Su di loro vigileranno in particolar modo il notaio Giovan Battista Argentieri Scarduzzi, sindaco di Cerreto di Spoleto, e l’avvocato Vittorio Argentieri, che pur esercitando la sua professione a Roma, mantiene i contatti con la sua terra di origine svolgendo un ruolo politico sia come consigliere della Provincia dell’Umbria che come consigliere e assessore di Norcia.

Nel 1917, quando Alessandro viene chiamato alle armi per la mobilitazione generale, non ha ancora compiuto diciotto anni ed è stato appena licenziato dal ginnasio del “Regio Liceo Pontano Sansi” di Spoleto. Nonostante le ramificate conoscenze della famiglia non cerca di sottrarsi “al dovere di servire la Patria” ma la vuole servire diventando telegrafista. Per questo la sua destinazione è Firenze, sede del 3° reggimento genio telegrafisti.

Dopo pochi mesi di addestramento tra San Miniato a Firenze, Alessandro raggiunge la zona di guerra: Verona, Mestrino, Cividale, Spessa, Brazzano. Ed è proprio in questa località del Friuli che verrà travolto dall’offensiva austro- tedesca dell’ottobre del 1917: è la dodicesima battaglia dell’Isonzo meglio nota come disfatta di Caporetto.

Un aneddoto -trasmesso dalla famiglia attraverso il racconto orale- consente di capire pienamente la moralità e la personalità del ragazzo: durante la ritirata e lo sbandamento dell’esercito italiano ha perso tutto, fugge a piedi per moltissimi chilometri, non ha più punti di riferimento nell’esercito e non ha più nessun contatto con la famiglia. È in questa situazione che Alessandro, a causa della fame, ruba una mela e di questa “cattiva azione” dettata dalla necessità, successivamente si vergognerà e chiederà scusa alla mamma.

Dopo Caporetto la linea di resistenza dell’esercito italiano si attesta sul Piave e, in quei giorni, Alessandro si trova a Padova, presso il comando supremo che, in seguito ai bombardamenti nemici sulla città, si trasferirà ad Abano. È qui che, grazie all’aiuto di un suo conoscente, Stefano Onori, originario anche lui della Valnerina, diventerà “postino” del reggimento, un incarico considerato sicuro e privo di pericoli. Sarà così fino al giugno del 1918 quando la guerra, ormai all’epilogo, vede l’esercito italiano preparare l’offensiva finale di Vittorio Veneto. Durante queste manovre Alessandro verrà trasferito alla 159° compagnia telegrafisti destinata al Monte Grappa.

La guerra in trincea per Alessandro sarà un’amara esperienza: di lui non si saprà più nulla. Rimane disperso durante uno scontro con il nemico. È il 16 luglio 1918: la Grande Guerra finirà pochi mesi dopo.

Conoscere la guerra per amare la pace. Nel Centenario della Grande Guerra le lettere e cartoline di Alessandro De Nobili (1899- 1918), uno dei tanti ragazzi del ’99 reclutati ancor prima di aver compiuto i 18 anni, diventano testimonianza di un periodo storico che ha cambiato il futuro dell’Europa e del mondo. Per quanto la Grande Guerra possa sembrare lontana, la storia di Alessandro De Nobili – telegrafista del 3° reggimento genio, originario di Cerreto di Spoleto in Umbria – potrebbe essere la storia di un ragazzo dei nostri giorni, ancora timido, legato alla famiglia, pieno di speranza per il futuro ma travolto da eventi molto più grandi di lui.

Nella consapevolezza della censura l’epistolario di Alessandro de Nobili non descrive battaglie e piani di attacco, non critica i comandi generali ma esprime piuttosto rassegnazione, disamore per la guerra, chiede affetti e notizie di quel piccolo mondo antico e sicuro che ha lasciato e che è la famiglia, il paese di origine, la piccola comunità di origine. Sono “contentissimo” sono “tranquillissimo” ripete spesso Alessandro per rassicurare la madre a cui chiede però come in un mantra la Santa Benedizione, una benedizione sicuramente data nelle preghiere di tutte le sere ma che non lo riporterà a casa.

 

Cosimo Quaratino

Cosimo Quaratino (detto Mimmo) è nato a Taranto il 24 ottobre del 1947.
Dirigente pubblico in pensione, è stato tra i promotori del manifesto. Radiato dal PCI nel 1970, è stato riammesso nel 1984. Dal 2014 la riprovazione per le scelte del PD ha oltrepassato l’argine della sua indulgenza. Così ha iniziato a scrivere. Da otto anni è impegnato nella piccola Onlus WorkinProgress in progetti solidali in Gambia e Guinea Bissau, realizzati insieme alle popolazioni locali.

 

Mario Pollo

Mario Pollo nasce nel 1943 in un paese del vercellese, Livorno Ferraris e a all’età di otto anni va a vivere a Torino dove risiede sino al 1983, anno del suo trasferimento a Roma. Al suo percorso professionale si può applicare l’aforisma di Euripide: «l’atteso non si compie e all’inatteso un dio apre la via». Infatti, dopo aver discusso nel 1968 una tesi inerente l’uso del calcolatore per lo sviluppo di metodi di documentazione automatizzata, si occupa di educazione degli adulti in un’organizzazione di servizio sociale della Provincia di Torino. Un anno dopo è assunto nel servizio di psicologia di una multinazionale francese dove giunge a ricoprire il ruolo di capo del laboratorio di psicologia applicata. Nel frattempo collabora con l’Istituto di Psicologia Sperimentatale e Sociale dell’Università di Torino, diretto dalla prof.ssa Massucco Costa, divenendo nel 1971 professore incaricato. Dopo aver lasciato nel 1976 la multinazionale ricopre per sette anni il ruolo di Presidente Regionale della Lega delle Cooperative. Al termine di questo periodo nel 1983 viene eletto Presidente dell’Associazione Nazionale delle Cooperative di Abitazione della Legacoop. Accanto a questa attività politico-sindacale ha svolto quella di insegnante universitario, prima a Torino poi a Roma presso l’Università Pontifica Salesiana. Nel 1988 lascia la Legacoop e assume la Direzione Generale della Fondazione Labos, Laboratorio per le politiche Sociale. Nel 1994 ottiene anche la docenza alla Lumsa di Roma, dove insegna ancora attualmente. L’attività che, senza soluzione di continuità, ha accompagnato questo percorso professionale variegato, è stata l’insegnamento e quella strettamente connessa della scrittura. Agli inizi degli anni duemila queste due attività divengono la sua attività principale ed esclusiva. Si può dire che il daimon custode della sua vocazione ha finalmente conseguito il suo scopo. La scrittura può essere considerata il basso continuo della sua vita come è testimoniato dalla pubblicazione di trentacinque libri individuali, di parecchie centinaia di articoli e di quasi un centinaio di partecipazioni a libri collettanei.